Vitamina D nei neonati: perché ne raccomando l’integrazione
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Ci sono indicazioni che, a forza di essere ripetute, finiscono per diventare quasi automatiche e la raccomandazione di integrare la vitamina D nei neonati è una di queste.
Da molti punti nascita i lattanti escono già con un foglio di dimissioni bello denso: il referto, quasi sempre, indica di aggiungere poche gocce di integratore di vitamina D al giorno, tutti i giorni, per almeno i primi 12-18 mesi di vita. Eppure, proprio per quell’indicazione apparentemente semplice ci sono domande che molti genitori continuano a farsi e riguardano la convivenza tra latte e integratori, l’eventuale differenza tra latte materno e artificiale, la supposizione che sia più “naturale” prendere il sole anziché affidarsi a un’altra fonte vitaminica e l’incrollabile certezza che non è poi possibile che tutti, ma proprio tutti i neonati debbano assumere una formulazione dedicata!
In breve, oggi l’integrazione di vitamina D nei neonati viene raccomandata indipendentemente dal tipo di allattamento, fino oltre all’anno, quindi nessun errore! Ma per capire il perché ti invito a leggere con attenzione questo articolo.
- A cosa serve la vitamina D nei neonati
- Perché tutti i neonati devono integrare la vitamina D
- Il cambiamento elle abitudini delle famiglie impone un cambio di prospettiva
- Vitamina D nel latte artificiale
- «Ma allora non basta una passeggiata al sole?»
- Perché tutta questa attenzione al sole nei bambini?
- Integrare la vitamina D non significa “medicalizzare” l’alimentazione dei bambini
A cosa serve la vitamina D nei neonati
La vitamina D svolge un ruolo fondamentale nel metabolismo del calcio e del fosforo e contribuisce alla corretta mineralizzazione dello scheletro, oltre ad avere un ruolo chiave in molti altri processi biologici.
Detto in modo molto più immediato: aiuta le ossa a crescere e rafforzarsi correttamente in una fase della vita in cui il corpo cambia a una velocità impressionante. Il primo anno di vita, dopotutto, è un periodo biologicamente intensissimo, in cui alcuni nutrienti assumono un’importanza particolare.
Quando la vitamina D è insufficiente in modo significativo e protratto, aumenta il rischio di rachitismo, una condizione caratterizzata da una difettosa mineralizzazione ossea. Anche se spesso viene percepita come una malattia “del passato”, il rachitismo non è affatto scomparso. E, come spesso accade, l’approccio attualmente adottato è quello di prevenire segni evidenti di carenza, di modo da permettere una crescita e uno sviluppo sani, senza dover correre ai ripari a posteriori.
Perché tutti i neonati devono integrare la vitamina D
In questo articolo parleremo di integrazione e, se hai già fruito di qualche altro mio approfondimento, ti sarai reso conto che non ho mai fatto mistero di essere piuttosto contraria alla medicalizzazione dell’alimentazione suggerita da moltissimi miei colleghi dietisti, ma anche dai pediatri di libera scelta — e direi che, se ancora non lo hai letto, puoi recuperare la mia personale battaglia contro il foglietto dello svezzamento anni ‘80, l’emblema della medicalizzazione di una fase della vita che deve essere per quanto possibile “protetta” da interventi medici!
Non vivere allora questo articolo come un punto di svolta o un cambio di direzione: sono sempre contraria all’eccessivo e inutile ricorso a prescrizioni mediche. Qui il discorso è un altro.
Il cambiamento delle abitudini delle famiglie impone un cambio di prospettiva
Inizio con il dire che è importante chiarire subito un equivoco molto diffuso: quando si dice che il neonato deve integrare la vitamina D indipendentemente dal tipo di allattamento, non si sta dicendo che il latte materno o formulato “non vadano bene” e risultino alimenti sbagliati per il tuo bambino. Men che meno che si tratti di alimenti incompleti per cui è opportuno iniziare lo svezzamento il prima possibile: questo sarebbe un grande errore!
Restano alimenti ideali per il bambino, se non fosse che contengono quantità di vitamina D che potrebbero risultare insufficienti a coprire il fabbisogno del neonato. Questo non dipende da una “scarsa qualità” del latte, ma dal contesto in cui viviamo oggi.
Per produrre vitamina D, infatti, il nostro organismo sfrutta soprattutto l’esposizione cutanea ai raggi solari di tipo UVB. Ma i lattanti non devono essere esposti direttamente al sole, soprattutto nei primi mesi di vita, perché la loro pelle è estremamente delicata e vulnerabile.
Il punto è piuttosto semplice: si verifica un cortocircuito in cui
- da una parte sappiamo che il sole è il principale motore per la sintesi di vitamina D,
- dall’altra raccomandiamo di proteggere i lattanti dall’esposizione diretta al sole.
In questo equilibrio, l’integrazione diventa la soluzione più semplice, sicura e prevedibile per supportare la crescita rapidissima dei nostri bambini.

Vitamina D nel latte artificiale
Un’obiezione interessante che può essere presentata dai genitori di bambini che non assumono per scelta o necessità latte materno è che il latte artificiale contiene vitamina D aggiunta alla formula. E tecnicamente è così, ma questo non significa che ogni neonato riesca automaticamente a coprire il proprio fabbisogno solo attraverso il latte formulato.
Nei primi mesi, infatti, le quantità di latte assunte possono essere variabili. Però, siccome siamo chiamati a supportare, per quanto possibile, l’allattamento a richiesta, le raccomandazioni pediatriche tendono a seguire questa misura preventiva di popolazione anche per i bambini alimentati con formula.
Indicazione di popolazione e indicazione personalizzata: che differenza c’è?
Indicazione per la popolazione
Le raccomandazioni sulla vitamina D vengono formulate pensando alla popolazione generale.
Quando:
- il rischio di carenza non è raro;
- le conseguenze di una eventuale apporto non adeguato possono essere importanti;
- l’intervento preventivo è semplice;
- il profilo di sicurezza è favorevole,
la scelta della medicina preventiva è quella di proteggere l’intera popolazione pediatrica attraverso l’integrazione.
Questo non significa che ogni singolo neonato sia necessariamente a rischio carenziale. Significa, piuttosto, che aspettare eventuali sintomi o alterazioni cliniche non sarebbe la strategia più prudente in una fase di crescita tanto delicata.
È un concetto importante, perché spesso oggi siamo abituati a leggere ogni integrazione come qualcosa da costruire esclusivamente “su misura”, ma esistono situazioni in cui questi approcci “a tappeto” hanno molto più senso.
Indicazione ad personam
Accanto alle raccomandazioni generali, esistono condizioni che richiedono una valutazione personalizzata.
Ad esempio:
- prematurità;
- basso peso alla nascita;
- patologie gastrointestinali;
- malassorbimento;
- condizioni cliniche specifiche.
In questi casi il pediatra può modificare dosaggi, durata dell’integrazione o pianificare eventuali controlli.
La personalizzazione, però, non sostituisce la raccomandazione generale: piuttosto, la completa.
«Ma allora non basta una passeggiata al sole?»
Il tema dell’esposizione solare merita un approfondimento a parte, perché è spesso al centro di moltissima confusione.
Sì, il sole contribuisce in modo sostanziale alla produzione di vitamina D, ma nei neonati questo contributo deve essere ridotto a zero. Infatti, le principali società pediatriche e dermatologiche raccomandano di evitare l’esposizione diretta al sole nei lattanti. Come conseguenza, la vitamina D viene integrata proprio perché non si considera sicuro affidare il fabbisogno del neonato all’esposizione solare, da cui i neonati vanno protettiCome proteggere i neonati dal sole
Esula dalle mie competenze in senso stretto, ma da dietista esperta in alimentazione pediatrica non posso non interessarmi a questo aspetto del benessere dei più piccoli. Quando si parla di protezione solare nella prima infanzia, è importante sapere che l’approccio raccomandato è impostare una fotoprotezione di tipo fisico.
Questo significa: stare all’ombra; evitare di uscire, quando possibile, durante le ore centrali della giornata; usare cappellini a tesa larga; preferire indumenti leggeri ma coprenti; utilizzare, sempre quando possibile, tessuti e tessili per passeggino con protezione UV certificata.
Le creme solari rappresentano una protezione aggiuntiva, non la strategia principale. In ogni caso, se necessario, in aggiunta ma non in sostituzione a queste indicazioni, è possibile scegliere prodotti solari formulati per l’età pediatrica..
Perché tutta questa attenzione al sole nei bambini?
La pelle dei neonati e dei bambini piccoli è molto più vulnerabile rispetto a quella dell’adulto: è più sottile, i suoi meccanismi di difesa nei confronti delle radiazioni UV non sono maturi e questo fa sì che risulti una barriera protettiva meno efficace.
E siccome è proprio durante l’infanzia che si accumula una parte importante del danno solare complessivo nel corso della vita, occorre mediare tra l’indicazione di trascorrere del tempo all’aria aperta — che resta un’esperienza importantissima e da incentivare — e imparare a conoscere il pericolo di un’esposizione solare inadeguata.
Integrare la vitamina D non significa “medicalizzare” l’alimentazione dei bambini
Negli ultimi anni si è diffusa la tendenza ad adottare due differenti approcci: da una parte scegliere a cuor leggero un’integrazione fai da te, dall’altra una certa diffidenza verso qualsiasi forma di raccomandazione che coinvolga integratori e supplementi suggerite come buona prassi.
Sembrano due comportamenti opposti, vero? In realtà è così solo all’apparenza. Sono la manifestazione dell’esigenza di scegliere per il proprio corpo e per la propria salute in autonomia — siamo noi genitori che vogliamo “rafforzare il sistema immunitario” con l’integratore a forma di orsetto gommoso e siamo sempre noi a rifiutare l’integrazione suggerita perché, tutto sommato, supponiamo che basti un po’ di sole…
Questo ci dimostra che, spesso, non abbiamo le competenze per osservare con lucidità il quadro di insieme se non siamo guidati da un professionista. In questo caso specifico, scegliere di rispettare modi e tempi dettati dalle raccomandazioni significa eliminare ogni dubbio e aggiudicarsi una quota di vitamina D sicura e ideale per la crescita.
In fin dei conti, i primi mesi di vita sono pieni di indicazioni che, soprattutto all’inizio, possono sembrare contraddittorie: gestione dell’allattamento, introduzione degli alimenti e degli allergeni, adozione di uno svezzamento “classico” con le pappe o autosvezzamento (spoiler: non si deve necessariamente scegliere, anche perché — a un certo punto — tutti i bambini dovrebbero gradualmente arrivare a mangiare il cibo della famiglia, cioè proprio ciò che oggi viene comunemente chiamato autosvezzamento).
Ed è esattamente per aiutare i genitori a orientarsi con più serenità che ho scritto i miei libri dedicati all’alimentazione complementare.
- Con “L’Atlante dello svezzamento” ho voluto creare una guida completa e pratica per accompagnarti passo dopo passo attraverso la teoria, l’organizzazione dei pasti, i tagli sicuri, la gestione degli allergeni, i dubbi frequenti e la costruzione di abitudini alimentari serene e realistiche, dalle prime pappe al cibo di famiglia.
- “100 e + alimenti per i primi due anni di vita” nasce invece per aiutarti a introdurre gli alimenti con maggiore sicurezza e varietà: un vero repertorio il cui fulcro è l’autosvezzamento che ti permetterà di trasformare la teoria in pratica, pensato per capire come proporre i diversi cibi nei primi mesi, con indicazioni su consistenze, sicurezza, allergeni e tante idee di menù completo.
- Con “Svezzamento per tutta la famiglia” il focus si sposta invece sull’organizzazione familiare: perché nutrire un bambino non dovrebbe significare cucinare pasti separati o trasformare il momento del cibo in una gestione complicata e stressante. L’obiettivo è guidarvi verso un’alimentazione condivisa, equilibrata e sostenibile per tutti.
- E poi c’è “Pappa con le Carte gli animali”, che non è propriamente un libro, ma l’ho appositamente pensato per trasformare il momento della pappa e dei primi assaggi in un’esperienza più giocosa, relazionale e coinvolgente, perché nei primi anni alimentazione significa anche scoperta, linguaggio, ritualità e costruzione di un rapporto sereno con il cibo.
Insomma, nei primi mesi ci sono tante indicazioni da gestire. Ma questo non significa che dobbiate affrontarle sentendovi continuamente sotto esame!
Ti lascio adesso un piccolo spazio dedicato alle domande frequenti sul tema, che ho collezionato nel corso del tempo e che spero possano aiutare a mettere ordine alle tue curiosità.
FAQ
Non è necessariamente vero. Oltre che da fattori di rischio individuali, il fabbisogno di vitamina D dipende dai quantitativi assunti, nel caso dei neonati, tramite il latte. La modalità di allattamento oggi consigliata è a richiesta e sono piuttosto frequenti periodi in cui l’introito di latte è diverso dal quantitativo considerato ottimale per apportare un corretto quantitativo di vitamina D. L’assunzione tramite latte è, per forza di cose, imprevedibile.
Non è consigliabile proprio perché l’esposizione solare di un neonato deve essere un evento accidentale. Va da sé che anche nei mesi estivi deve essere decisamente limitata.
No. L’allattamento al seno resta il riferimento biologico per l’alimentazione infantile e il latte materno continua a essere l’alimento ideale per il neonato. Quando l’allattamento non è possibile, non si desidera farlo o necessita di un supporto, il latte formulato rappresenta un’alternativa sicura e regolamentata. Ma il fatto che venga raccomandata l’integrazione di vitamina D non significa che il latte materno sia “scarso” o inadeguato.
Il punto è un altro: il quantitativo di vitamina D presente nel latte materno dipende strettamente dai livelli presenti nel sangue della mamma, quindi, per forza di cose, dal contesto ambientale in cui viviamo oggi.
In altre parole, il fatto che il latte materno contenga relativamente poca vitamina D non rende l’allattamento meno valido. Significa semplicemente che l’alimentazione infantile non può essere letta isolandola dal contesto ambientale e culturale in cui oggi crescono i bambini, un contesto in cui spesso la vitamina D è in concentrazioni subottimali.
Le carenze iniziali possono essere silenziose e solo dopo un lasso di tempo prolungato possono verificarsi sintomi e segni di rilievo. L’obiettivo è non arrivare a queste manifestazioni: proprio per questo si raccomanda un apporto sicuro di vitamina D.
Tiriamo adesso le somme, caro genitore: l’integrazione di vitamina D nei neonati è oggi una raccomandazione preventiva rivolta all’intera popolazione pediatrica, indipendentemente dal tipo di allattamento. Questa indicazione viene proposta non perché ogni bambino sia necessariamente carente, né perché il latte materno o formulatosia “insufficiente” o perché sia necessario medicalizzare a tutti i costi l’alimentazione dei neonati. Ma perché nei primi mesi di vita convivono tre elementi molto specifici:
- una crescita estremamente rapida;
- la necessità di proteggere rigorosamente la pelle dal sole;
- l’importanza di garantire adeguati livelli di vitamina D in una fase delicata dello sviluppo.
Ed è proprio in questo equilibrio che l’integrazione trova il suo senso: una misura semplice e pensata per accompagnare in sicurezza una delle fasi più intense della crescita di nostri figli.
PS: E i bambini più grandi? Anche loro potrebbero essere a rischio carenziale: parlane con il pediatra! Ma ti dirò di più: gli adulti (e soprattutto le donne) dovrebbero valutare con il proprio medico di riferimento l’assunzione di un integratore dedicato, quantomeno nei mesi invernali.
Ti saluto, caro genitore. Mi raccomando di non sottovalutare l’assunzione di vitamina D fin dai primi giorni di vita e durante lo svezzamento. E ricorda che, se hai bisogno di una guida durante il periodo dell’alimentazione complementare, ci sono i miei libri ad aspettarti!
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